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Italiano, che passione!!!

Do you want to learn Italian or improve it???

Great…you are in the right place!

I am Italian and I am an italian teacher for foreigners since 2012.

I love my work and that is why I prefer to say that I am a linguistic and cultural ambassador and not just a teacher.

I have lots of experience with young people as well as with adults of all levels (from the basic to the superior level (initial, intermediate, advanced and superior: C2).

Classes are generally OTO (one to one) and focus on the conversation and the needs of each students.

I usually teach both online and in presence…

See you soon!

Quereis aprender italiano???

Soy italiana y soy profesora de italiano para extranjeros desde hace 6 años.

Amo mi trabajo y por eso prefiero decir que soy un embajadora lingüística y cultural y no simplemente que soy una maestra.

Tengo mucha experiencia con jóvenes y adultos de todos los niveles, desde el básico hasta el superior.

Las lecciones son privadas y se enfocan en la conversación y las necesidades de los estudiantes.

Por lo general, mis clases son en línea y en presencia…

Hasta pronto!

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Buon martedì grasso e bye bye carnevale 2019

Buongiorno,

oggi salutiamo il carnevale con questa breve spiegazione sul martedì grasso, perchè è GRASSO???

 

Il Martedì grasso è la festa che conclude la settimana dei sette giorni grassi di carnevale, durante la quale hanno luogo molte celebri sfilate. Precede il mercoledì delle ceneri che segna l’inizio della Quaresima.

In Europa, il fatto che l’usanza cristiana di astinenza durante la Quaresima sia meno praticata che nel passato ha fatto perdere al Carnevale il suo antico collegamento all’aspetto religioso. La tradizione voleva infatti che in questa giornata venissero consumati tutti i cibi più prelibati rimasti in casa, che durante la quaresima non potevano essere mangiati, come la carne.

Per il fatto che si consumavano cibi grassi, l’ultimo giorno di carnevale è detto in Italia Martedì grasso e in Francia Mardi gras.

Durante il Martedì grasso è usanza mascherarsi in vario modo e sfilare per le strade cittadine; ogni regione italiana ha le sue maschere tipiche.

Martedì grasso era l’ultimo giorno in cui si potevano gustare i tipici dolci di carnevale tra cui le chiacchiere, note anche come maraviglias, cenci, bugie, stracci, frappe, galani, sossole, cròstoli, fiocchetti e sfrappole nelle diverse regioni italiane.

In Germania (e in particolare nella valle del Reno), oltre che in quasi tutti i paesi scandinavi, il giorno più importante del Carnevale non è il martedì che precede il Mercoledì delle Ceneri, bensì il lunedì. È conosciuto come Rosenmontag (= lunedì delle rose) in Germania e Bolludagur o Semladag in Svezia dal nome del dolce tipico di questo giorno, il Semla.

La vida es un carnaval – youtube

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Il significato di “4 marzo 1943”, capolavoro di Lucio Dalla, censurato per Sanremo

A sette anni dalla morte del grandissimo cantautore italiano (1 marzo 2012) Lucio Dalla, voglio ricordarlo e celebrare la sua nascita (4 marzo 1943) con questa meravigliosa canzone che potrete ascolare cliccando sul link.

Una delle canzoni più amate di Lucio Dalla è “4 marzo 1943”, che in origine doveva chiamarsi “Gesubambino”, ma che per colpa della censura prese come titolo la data di nascita del cantante, e fu censurata per poter gareggiare al Festival di Sanremo.

Doveva chiamarsi “Gesubambino”, tutto attaccato, e invece a causa della censura che la colpì in più parti, una delle canzoni più amate del repertorio di Lucio Dalla prese il nome di “4 marzo 1943” lasciando alle parentesi, e comunque alla memoria storica, quello originale che non era adatto per essere portato a Sanremo, dove il cantante bolognese si sarebbe piazzato in terza posizione

Ma andiamo con ordine, perché dopo averlo ricordato, l’1 marzo – giorno in cui scomparve in un albergo di Losanna -, Lucio Dalla viene festeggiato ogni 4 marzo, giorno della sua nascita e di un titolo che gli è, giustamente, rimasto incollato addosso per una canzone che non era autobiografica e che ha avuto diverse modifiche, come ha spesso raccontato Paola Pallottino, che di quel pezzo fu coautrice.

il titolo originario “Gesubambino” “voleva essere un mio ideale risarcimento a Lucio per essere stato orfano dall’età di 7 anni. Doveva essere una canzone sull’assenza del padre, ma poi è diventata una canzone sull’assenza della madre. Lucio la cantò la prima volta dal vivo nel dicembre del ’70 al teatro Duse di Bologna. Piacque così tanto che i discografici della Rca decisero di portarla a Sanremo. Fu il suo primo grande successo, ma Lucio ne rimase anche un po’ prigioniero”.

Uno dei versi più controversi era quello che diceva: “E anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino” che però diventò. come noto: “E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”, in un cambiamento che non convinse l’amica così come non la convinse la partecipazione a Sanremo, ma la Storia avrebbe detto che in fondo le scelte del cantante erano state favorevoli.

La canzone ha dunque tre versioni, quella originale, quella censurata e quella che fu presentata nel tour di “Banana Repubblic” assieme a Francesco De Gregori. E proprio quest’ultimo ha voluto rendere nuovamente omaggio alla canzone, riproponendola nel suo ultimo album live “Sotto il vulcano”, mantenendosi, però, fedele alla versione censurata: “Preferisco questa, più dolce e connessa al senso di maternità che esprime la canzone. L’ho fatta solo quella sera, eravamo vicini alla casa di Lucio sull’Etna e me lo sono immaginato giovane, circondato da un’aura come in quel Festival di Sanremo del 1971. È stata una sensazione di gioia, non di dolore o rimpianto” ha dichiarato il cantautore.

La canzone, nella versione più nota, è introdotta da violino di Renzo Fontanella, che faceva parte del primo gruppo del cantante, ed è una delle caratteristiche di un brano che risultò, da subito, amatissimo anche all’estero, soprattutto nei paesi in lingua spagnola, grazie alle versioni di Maria Betania e Chico Buarque de Hollanda, ma a rifarla, quasi subito, fu anche Dalida.
Il testo di 4 marzo 1943

Dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare
parlava un’altra lingua, però sapeva amare
e quel giorno lui prese a mia madre, sopra un bel prato
l’ora più dolce, prima d’essere ammazzato.
Così lei restò sola nella stanza, la stanza sul porto
con l’unico vestito, ogni giorno più corto
e benchè non sapesse il nome e neppure il paese
mi aspettò come un dono d’amore, fino dal primo mese.
Compiva sedici anni, quel giorno la mia mamma
le strofe di taverna, le cantò a ninna nanna
e stringendomi al petto che sapeva, sapeva di mare
giocava a far la donna, col bambino da fasciare.
E forse fu per gioco, e forse per amore
che mi volle chiamare, come Nostro Signore
della sua breve vita il ricordo, il ricordo più grosso
è tutto in questo nome, che io mi porto addosso
e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino
per la gente del porto io sono, Gesù Bambino
e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino
per la gente del porto io sono, Gesù Bambino

 

 

 

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Le origini del carnevale

Cartina-Italia-Maschere-Carnevale

Radici nel cemento – “Alla rovescia” – videoclip ufficiale*

Le origini del carnevale

Ciao a tutti….

Carnevale 2019 è arrivato, e così anche Giovedì grasso, che quest’anno cade il 28 febbraio (oggi!!!!).

Iniziano le feste, i giochi, i bambini escono il pomeriggio e vagano tra i parchi e le piazze tirando coriandoli e mostrando buffe e divertenti maschere.

Anche i più grandi si dilettano con qualche scherzo reciproco, o semplicemente organizzano passeggiate all’aperto, approfittando del sole e del caldo.

Una domanda comunque sorge spontanea in tutto questo tempo libero…

Per quale motivo si festeggia giovedì grasso, qual è la sua storia, e soprattutto perché è ‘grasso’?

Cominciamo la spiegazione con un’altra domanda…

Sapevate che la parola Carnevale deriva dal latino ‘carnem levare’ e significa ‘eliminare la carne’?

Il motivo per il quale il martedì e il giovedì grasso si chiamano così è quindi da ricercarsi nell’etimologia della parola ‘carnevale’.

Dal latino carnem+levare, ‘carnem’ stava a indicare banalmente la carne, come la intendiamo anche noi, mentre ‘levare’ è traducibile in italiano con ‘eliminare’. Messe insieme le due parole, otteniamo un “eliminare la carne”.

E infatti, il martedì è l’ultimo giorno in cui si può mangiare carne, prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima.

Il Carnevale infatti si inserisce nella tradizione cattolica come momento di festa che precede la Quaresima, un periodo di digiuno e di astinenza in attesa della Pasqua dove soprattutto in passato si evitava di mangiare la carne.

I festeggiamenti maggiori avvengono il Giovedì grasso e il Martedì grasso, ossia l’ultimo giovedì e l’ultimo martedì prima dell’inizio della Quaresima.

In particolare il Martedì grasso è il giorno di chiusura dei festeggiamenti carnevaleschi, dato che la Quaresima nel rito romano inizia con il Mercoledì delle ceneri.

La storia del giovedì grasso, ultimo giovedì prima dell’inizio della Quaresima, ci riporta a Venezia. Secondo la tradizione in Piazza San Marco si usava festeggiare un’importante vittoria: quella della Serenissima.

Il carnevale è una festa che si celebra nei Paesi di tradizione cristiana e in particolare in quelli di rito cattolico; è una festa mobile. I festeggiamenti si svolgono spesso in pubbliche parate in cui dominano elementi giocosi e fantasiosi; in particolare, l’elemento distintivo e caratterizzante del carnevale è l’uso del mascheramento.

Il Carnevale è famoso in Italia e nel mondo per la possibilità di mascherarsi per un giorno trasformandosi in un personaggio della tradizione, della storia, della fantasia, tratto dalla letteratura, da un film o da un telefilm ma anche che rappresenti una parodia di ciò che accade nella vita quotidiana.

Ogni città ha le proprie tradizioni per il Carnevale che possono riguardare l’organizzazione di sfilate, carri, feste in maschera, spettacoli musicali o di magia e non solo.

In passato il significato del Carnevale richiamava il ‘mondo alla rovescia* dove almeno per un breve periodo il valore delle gerarchie sociali veniva abbandonato e ci si lasciava andare allo scherzo; il Carnevale, infatti, dal punto di vista storico viene considerato come un periodo di festa e di rinnovamento.

Tenete conto che la storia del festeggiamento del Carnevale in Italia è molto antica, si parla, infatti, del Quattrocento e del Cinquecento come secoli per cui già si hanno delle testimonianze della festa del Carnevale in alcune città italiane. 

Nella sfera laica i festeggiamenti e le tradizioni per il Carnevale richiamano al divertimento e alla possibilità di vivere alcune giornate in allegria con:

  • Sfilate in maschera

  • Feste in maschera

  • Carri allegorici

  • Rappresentazioni teatrali

  • Spettacoli di magia

  • Spettacoli musicali

  • Feste di Carnevale per bambini

  • Coriandoli

  • Stelle filanti

  • Scherzi di Carnevale

Il Carnevale è spasso, divertimento e allegria, ma anche tradizione che ritroviamo nelle tante maschere che riescono a colorare e rallegrare l’atmosfera di questa festa così divertente.

L’Italia, in particolare, ha una grande ricchezza di personaggi regionali di Carnevale nate da diversi contesti: dal teatro dei burattini, dalla Commedia dell’arte, da tradizioni arcaiche, o create come simboli dei festeggiamenti carnevaleschi di varie città.

Le maschere, in generale, hanno il compito di scacciare le forze del male, l’inverno e di aprire la strada per l’arrivo della primavera: per questo motivo sono associate al Carnevale.

Origini delle maschere di Carnevale

Gran parte delle maschere di Carnevale italiane nascono con la Commedia dell’Arte, fenomeno teatrale che si sviluppa in Italia a partire dal 1500.

Una delle rappresentazioni più in voga era la “beffa del servo”, una sorta di rivincita concessa al servo umile che si riscatta nei confronti del suo padrone, allegoria del potente di turno.

Vediamo allora alcune delle maschere più importanti di tutte le regioni italiane per rispolverare un po’ la tradizione e conoscerle più da vicino.

Arlecchino, diventato famoso grazie a Carlo Goldoni ne “Il servitore di due padroni”. Originario di Bergamo bassa, è una delle maschere più antiche; ha un carattere stravagante, è un personaggio scapestrato e non è un gran lavoratore, ma fa ridere tutti con le sue battute. Il vestito di Arlecchino e’ costituito da un abito a toppe colorate e un berretto di feltro bianco. Sul volto porta una mezza maschera nera dai lineamenti demoniaci (la leggenda narra che il nome “Arlecchino” derivi dal demone Alichino citato da Dante nella Divina Commedia) con naso prominente e ispidi baffi. Alla cintura pende una spatola di legno detta “batocio”.

La variante al femminile è la servetta Colombina, maliziosa e vezzosa, civettuola con l’eterno spasimante Arlecchino. E’ conosciuta anche con il nome di Arlecchina, diventera’ poi l’elegante Marionette ne “La vedova scaltra” di Goldoni. Il vestito è semplice, a toppe colorate, in testa porta una cuffia bianca dello stesso colore del suo grembiule.

Pantalone e’ la maschera più conosciuta di Venezia. Impersona il vecchio mercante veneziano – scaltro negli affari, avaro e brontolone –  rappresenta l’anima commerciale della gloriosa città. La maschera e’ formata da una giubba rossa, brache corte con una cintura da cui pende una spada o una borsa piena di monete. Come copricapo ha un berretto di lana alla greca, ciabatte nere o babbucce turche con la punta all’insù. Sulle spalle, indossa un mantello nero foderato di rosso, sul volto e’ prevista la classica maschera nera col naso adunco, sopracciglia accentuate e una curiosa barbetta appuntita.

Altro servo e’ Pierrot, intelligente e sentimentale, volto pallido ed espressione triste, l’eterno innamorato non corrisposto con la lacrima che gli scende sulla guancia. Veste in sete bianca con larghi pantaloni e una lunga casacca guarnita di grossi bottoni neri, ampio colletto, papalina nera sul capo con pon-pon, lo stesso che porta anche sulle scarpette.

Da Venezia ci spostiamo verso sud, a Roma troviamo Rugantino, il fanfarone di quartiere che parla romanesco, è arrogante, da qui il suo nome che viene da “ruganza”, appunto arroganza. Veste da popolano con brache consunte al ginocchio, fascia intorno alla vita, camicia con casacca e fazzoletto al collo.

Scendiamo ancora e arriviamo a Napoli, dove incontriamo il servo Pulcinella. Il suo nome sembra derivi da “pulliciniello” ossia “pulcino” in dialetto napoletano. E’ il servo vivace, che canta e balla tutto il giorno, con una marcata gestualità tipica del sud. Indossa un camice bianco stretto in vita da una cintura, in testa un cappello allungato bianco e sul volto una maschera nera piena di rughe e il naso adunco. 

Brighella, il nome deriva dalla parola “briga”, cioè intrigo: questa maschera infatti è in grado di dirigere gli imbrogli che vengono compiuti in scena. Il personaggio ha origine dalla Bergamo alta. Porta una camicia e pantaloni bianchi. Il suo viso ha una espressione cinica, il naso adunco i baffetti ricurvi.

Gianduja, maschera piemontese con un vestito con giacca marrone, panciotto giallo, cappello a tre punte e parrucca col codino girato all’insù, sulla cui punta spicca un nastrino rosso. E’ un galantuomo allegro, coraggioso, che ama il buon vino e la buona tavola.

Scaramuccia, anche questa è una maschera napoletana, una sorta di  buffone che si diverte a far scherzi. Fa sempre a botte ma le prende anche! Porta pantaloni alla zuava con le calze lunghe, una giacca corta, un mantello, un basco nero in testa ed una maschera nera che gli copre il viso.

Dottor Balanzone è una maschera bolognese e rappresenta un dottore molto saccente e chiacchierone che in realtà è un pò lestofante. Indossa un abito nero e una lunga toga nera con in vita una grossa cintura alla quale porta appeso un fazzoletto bianco.

Meneghino, maschera milanese, simbolo della città che incarna la schiettezza e l’onestà: come tutti i milanesi, almeno così vuole la tradizione, è un gran lavoratore. Il suo costume è costituito da una lunga casacca verde orlata di rosso, un panciotto decorato a fiorami, calze a righe orizzontali bianche e rosse.

Capitan Spaventa, maschera nata in Liguria. Il suo nome intero è Capitan Rodomonte Spaventa di Val d’Inferno ed è uno spadaccino che preferisce ferire con le parole piuttosto che con la spada. Il suo abito è colorato a strisce gialle e arancioni e ha un grosso cappello piumato, ricchi stivali ed un’enorme spada da moschettiere.

Beppe Nappa, è una maschera nata in Calabria, spensierata e felice, che adora cantare e ballare, combinando a volte qualche guaio. Ha un lungo naso, è molto buffo, indossa un abito bianco con maniche lunghissime, un paio di scarpe con sopra delle palline colorate e ha in testa un cappello nero.

Stenterello, è una maschera della Toscana, astuta, ottimista e saggia. Indossa una giacca blu con il risvolto delle maniche a scacchi rossi e neri; ha un panciotto puntinato verde pisello, dei pantaloncini scuri e corti; una calza rossa e una a strisce bianco-azzurro e le scarpe nere. Porta in testa un cappello nero a barchetta e una parrucca col codino.

E da voi come si festeggia???

 

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Che cos’è la certificazione di italiano?

Lingua italiana obbligatoria per la cittadinanza nel decreto-salvini

La certificazione di italiano è un documento che “certifica” il livello di conoscenza della lingua italiana ed è ufficialmente riconosciuto a livello internazionale.
La certificazione è diversa dall’ “Attestazione” che viene rilasciata dai Centri Territoriali Permanenti per il Permesso di soggiorno a punti o per il Permesso CEE per soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno).

A che cosa serve la certificazione di italiano?
Avere un documento ufficiale che indica il livello di conoscenza dell’Italiano aiuta nello studio e nel lavoro, può servire per proseguire la formazione iniziata nel proprio Paese e per trovare un lavoro migliore. Le aziende che decidono di assumere personale straniero, preferiscono le persone che sanno comunicare in Italiano senza troppe difficoltà.

Come si ottiene la certificazione?

Per ottenere la certificazione bisogna superare un esame del livello di italiano che pensi di avere raggiunto.
L’esame di lingua è composto di solito da quattro prove: ascolto, lettura, scrittura e parlato.


Chi rilascia la certificazione di italiano?

La certificazione di italiano come lingua straniera (livelli A1, A2, B1, B2, C1, C2) può essere rilasciata dai quattro enti riconosciuti dal Ministero degli Interni e dell’Istruzione:
– L’Università per Stranieri di Siena rilascia la certificazione CILS
– L’Università per Stranieri di Perugia rilascia la certificazione CELI
– L’Università degli Studi Roma Tre rilascia la certificazione CERT.IT
– La Società Dante Alighieri rilascia la certificazione PLIDA 


Quanto costa fare la certificazione?
Di seguito riportiamo i costi generali della certificazione. Sottolineiamo il fatto che spesso i centri di esame attuano prezzi ridotti per gli studenti che hanno frequentato i loro corsi.

Riportiamo qui di seguito una tabella con i costi indicativi delle diverse certificazioni. Per dettagli e precisazioni si consiglia di consultare i relativi siti.

I costi delle certificazioni

LIVELLI CILS CELI IMMIGRATI CELI STANDARD PLIDA ROMA3
A1 40,00 15,38 100,00 60,00
A2 40,00 30,00 100,00 60,00 40,00
B1 90,00 35,00 100,00 80,00 80,00
B2 105,00 100,00 90,00 140,00
C1 135,00 100,00 130,00
C2 160,00 100,00 130,00 200,00
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La concordanza dei tempi nella frase

studiare

concordanza tra indicativo e congiuntivo

Frase principale (indicativo)
Frase subordinata (congiuntivo)
Penso che… (ipotesi sul futuro) posteriorità

(congiuntivo presente o futuro semplice)

Parta domani / partirà domani

Penso che… (ipotesi sul presente) contemporaneità

congiuntivo presente (anche nella forma progressiva)

Parta tra poco / stia partendo

 

Penso che… ( ipotesi sul passato) anteriorità

congiuntivo passato

Sia partito ieri

Attenzione!!!!

delle volte possiamo usare il congiuntivo imperfetto anche con un presente indicativo per esprimere un’azione tipica, un’ipotesi o sensazione, o una condizione atmosferica:

– immagino cha da bambino andassi sempre al mare, visto che abiti in Sicilia. (azione tipica)

– immagino fosse stanco, per questo non è venuto ieri (ipotesi – sensazione)

– immagino facesse freddo in montagna ( condizione atmosferica)

Dunque…

  • il congiuntivo presente si forma dalla prima persona del presente indicativo:

per esempio il verbo FARE ( faccio)

  • la 1°, la 2° e la 3° persona singolare hanno la stessa desinenza
  • i verbi in -care (cercare) e -gare (pagare) prendono un’ H (per esempio il verbo cercare: cerchi,cerchi, cerchi, cerchiamo, cerchiate, cerchino)
  • ci sono congiuntivi irregolari: ESSERE AVERE STARE DARE ANDARE VENIRE VOLERE DOVERE POTERE SAPERE
Essere Avere Dare Stare Andare Venire Volere Potere Dovere Sapere
sia voglia
stia debba
vada possa
abbiamo
diate sappiate
vengano

Congiuntivo passato

è il tempo composto del presente

si forma con l’ausiliare (essere o avere) al presente del congiuntivo + participio passato* (-ato, -uto, -ito)

*ricorda che esistono participi irregolari se non te li ricordi vai a ripassarli!!!

Congiuntivo imperfetto

PARL – ARE CRED – ERE DORM – IRE
ASSI ESSI ISSI
ASSI ESSI ISSI
ASSE ESSE ISSE
ASSIMO ESSIMO ISSIMO
ASTE ESTE ISTE
ASSERO ESSERO ISSERO

Congiuntivi imperfetti irregolari:

essere: fossi

dare: dessi

stare: stessi

congiuntivo trapassato

è il tempo composto del congiuntivo imperfetto!

Ausiliare all’imperfetto del congiuntivo + participio passato

concordanza tra tempi passati dell’indicativo e tempi passati del congiuntivo

Frase principale Frase subordinata
Pensavo/ho pensato che… (congiuntivo imperfetto)

Partisse/ Stesse partendo (ipotesi contemporanea)

(congiuntivo trapassato)

Fosse già partito (ipotesi anteriore)

(condizionale composto) / (congiuntivo imperfetto

sarebbe partito dopo / partisse dopo (ipotesi posteriore)

Avevo pensato che…

giurerei che…

avrei giurato che…

(congiuntivo trapassato)

Fosse già partito

Pubblicato in: Italian pills

verbi pronominali??? questa non me l’aspettavo!

stupore 2

iniziamo la settimana con un argomento nuovo ma molto utile, buona lettura…

I verbi pronominali, sono verbi a cui viene aggiunto un pronome.

L’uso del pronome, in questo, caso serve a rafforzare o cambiare il significato del verbo.

Tra i verbi pronominali, i più conosciuti sono quelli riflessivi caratterizzati dal suffisso -SI dell’infinito ( lavar-si, metter-si, vestir-si) e dai pronomi riflessivi presenti nelle coniugazioni ( mi – ti – si – ci – vi – si); ma i verbi pronominali, in italiano, sono molto numerosi e molto usati sia nel parlato che nello scritto, inoltre sono tutti fortemente espressivi e quindi rendono la lingua molto viva e colorita.

Vediamo un po’…

i pronomi semplici usati nella costruzione di questi verbi sono sono -ci, -la, -le, -ne.


Ci sono poi verbi pronominali composti dalla particella CI + un altro pronome come -LA o -NE (-
cela, –cene*)

ci sono, infine, verbi pronominali composti sulla base di una forma riflessiva ( -SI) più un altro pronome (-sela, –sene*).

*ricorda che nei pronomi combinati il primo pronome prende la E (CI >CE) (SI>SE), se non te lo ricordi ti consiglio di ripassare i pronomi combinati!!!!

Esistono tanti altri verbi pronominali:

PRONOME

ESEMPI

CI

andarci, arrivarci, cascarci, correrci, entrarci, esserci, metterci, perderci, rimetterci, ripensarci, scapparci, sentirci, starci, vederci, volerci, provarci

NE

andarne, farne, darne, volerne, poterne

LA

farla, contarla, finirla, piantarla, spuntarla, smetterla

LE

darle, prenderle

CELA

avercela, farcela, mettercela

CENE

corrercene, volercene,

**SELA

cavarsela,  aspettarsela, cercarsela, contarsela, darsela, farsela, filarsela, godersela, intendersela, passarsela, prendersela, , sbrigarsela, sentirsela, spassarsela, svignarsela, tirarsela, ridersela

**SENE

andarsene, fregarsene, intendersene, restarsene, rimanersene, starsene, tornarsene, venirsene, infischiarsene

** il pronome SI (che quando è un composto diventa -SE) va coniugato come un riflessivo: (chiamarsi), a differenza del pronome -CI che rimane invariato

Andarsene:

Io me ne vado

Tu te ne vai

Lui/ lei se ne va

Noi ce ne andiamo

Voi ve ne andate

Loro se ne vanno

Ecco qualche esempio di verbi pronominali con significato autonomo:

Andarsene:

dileguarsi lentamente, svanire (la neve se ne sta andando),

passare, trascorrere ( ogni estate se ne va alla Maldive, che fortuna!)

con valore intensivo, lasciare il luogo dove si è, allontanarsi (Se ne è andato da casa senza dire nulla);

in senso figurato, lasciare la vita, morire ( se n’è andato all’eta di 90 anni)

Arrivarci:

capire

Aspettarsela:

rimanere sorpresi di fronte ad un evento imprevisto e non calcolato (Non me l’aspettavo da te questa!).

Avercela:

essere arrabbiati per qualcosa con qualcuno (Ce l’ho con lui);

rivolgersi parlando verso qualcuno che non ci ascolta o è distratto (Ei…ce l’ho con te, mi ascolti?)

Battersela/ Svignarsela:

scappare, fuggire via da una situazione, in modo veloce (Noi ce la battiamo, qui le cose si fanno pericolose!)

Bersela:

credere in qualcosa di falso, accettare per vera una bugia (È talmente scemo che se le beve tutte!)

Cavarsela:

Riuscire in qualche modo, bene o male, a fare qualcosa

(sai parlare inglese?

…me la cavo!)

Farcela:

riuscire ad avere successo.

Infischiarsene:

non interessarsi assolutamente di qualcosa (Me ne infischio di dove vai, non mi interessi più!)

Mettercela tutta:

impegnarsi al massimo

Non poterne più:

essere stufo/stanco di qualcosa/qualcuno

Non entrarci:

non essere responsabile per qualcosa

Prendersela:

arrabbiarsi/offendersi

Rimanerci male:

essere deluso, amareggiato

Sentirsela:

subire un’offesa/ sentirsi offesi da qualcuno

spassarsela:

divertirsi moltissimo

Starci:

essere d’accordo (Va bene ci sto, però paghi tu!)

Volerci:

essere necessario (Ci vorrebbero due vite per riuscire a sopportarti!)